mercoledì 29 gennaio 2014

Obama e il salario minimo

I giornali hanno dato molto risalto, in questi giorni, al discorso di Barack Obama sullo Stato dell'Unione e, in modo particolare, alla parte di questo discorso relativa all'annuncio da parte del Presidente degli Usa dell'innalzamento del salario minimo da 7,25 a 10,10 dollari l'ora per i dipendenti dell'Amministrazione Federale.
Il Presidente Obama ha spiegato che il Congresso dovrebbe seguire il suo esempio ed innalzare il minimo per la totalità dei dipendenti Usa, un atto che migliorerebbe la situazione salariale di 17 milioni di persone. Il provvedimento è necessario - spiega Obama - in quanto l'attuale minimo è addirittura del 20% inferiore rispetto ai tempi in cui era presidente Ronald Reagan.
Il leader americano è consapevole del fatto che le trasformazioni tecnologiche e la globalizzazione hanno eliminato molti posti di lavoro ben remunerati e, quasi dando ragione a Papa Francesco, descrive la ripresa economica che ha caratterizzato l'economia americana come diseguale e ingiusta. Dice Obama:
"I profitti delle imprese e i prezzi delle azioni non sono mai stati così alti, ma molti salari sono fermi. Le disuguaglianze si sono acuite. La mobilità sociale si è fermata. Anche nel mezzo di una ripresa molti americani lavorano solo per tirare avanti e molti non stanno nemmeno lavorando".
Assegna, poi, alla politica il compito di rovesciare queste tendenze e di migliorare le condizioni della classe media.
Ecco la parte del discorso che riguarda questi temi:
"Over more than three decades, even before the Great Recession hit, massive shifts in technology and global competition had eliminated a lot of good, middle-class jobs, and weakened the economic foundations that families depend on.
Today, after four years of economic growth, corporate profits and stock prices have rarely been higher, and those at the top have never done better. But average wages have barely budged. Inequality has deepened. Upward mobility has stalled. The cold, hard fact is that even in the midst of recovery, too many Americans are working more than ever just to get by; let alone to get ahead. And too many still aren't working at all.
So our job is to reverse these trends.
It won't happen right away, and we won't agree on everything.But what I offer tonight is a set of concrete, practical proposals to speed up growth, strengthen the middle class and build new ladders of opportunity into the middle class".

martedì 28 gennaio 2014

Il "calvinismo economico" della Germania e l'etica della responsabilità

Leggiamo su "Il Sole 24 Ore" alcuni interessanti articoli (vedi anche questo) relativi alla proposta della Bundesbank rivolta ai paesi europei meno virtuosi: uscire dalla crisi gravando con un'imposta patrimoniale del 10% sulle ricchezze private dei propri cittadini.
Per spiegare il motivo che ha spinto la banca tedesca a proporre questa drastica soluzione l'autore dell'articolo cita "la tendenza tedesca a porre le questioni economiche in termini morali. In tedesco il debito è Schuld, colpa, e con questo corto circuito semantico è facile poi far scivolare la retorica in quella che è stato chiamato il "Calvinismo economico". Non a caso viene invocata la responsabilità dei contribuenti per la responsabilità delle sue élites – un principio non immediato – e la "solidarietà" degli Stati partner, non certo disinteressati nei loro movimenti".
Cosa intendiamo per "calvinismo economico"?
A stabilire una connessione tra capitalismo e calvinismo fu l'economista, sociologo, filosofo e storico tedesco Max Weber che, nel suo saggio "L'etica protestante e lo spirito del capitalismo" identificò l'essenza del capitalismo nel lavoro come valore morale autonomo da ogni risultato esterno, riconducendo all'etica protestante, in particolare a quella calvinista, lo spirito del nostro sistema economico.



Per approfondimenti consiglio la lettura dei testi presenti sul sito Treccani e sul libro presente al seguente link.

mercoledì 22 gennaio 2014

La ricchezza deve essere al servizio dell’umanità e non governarla

Papa Francesco torna a parlare di economia. In un messaggio inviato a Klaus Schwab (Presidente esecutivo del World Economic Forum) in occasione dell'apertura del 44° incontro annuale che si tiene in questi giorni a Davos-Klosters (Svizzera), scrive:
"Il nostro è un tempo caratterizzato da notevoli cambiamenti e da significativi progressi in diversi campi, con importanti conseguenze per la vita degli uomini. In effetti, «si devono lodare i successi che contribuiscono al benessere delle persone, per esempio nell’ambito della salute, dell’educazione e della comunicazione» (Evangelii gaudium, 52), come pure in tanti altri campi dell’agire umano, e occorre riconoscere il ruolo fondamentale che l’imprenditoria moderna ha avuto in tali cambiamenti epocali, stimolando e sviluppando le immense risorse dell’intelligenza umana. Tuttavia, i successi raggiunti, pur avendo ridotto la povertà per un grande numero di persone, non di rado hanno portato anche ad una diffusa esclusione sociale. Infatti, la maggior parte degli uomini e delle donne del nostro tempo continua a vivere ancora una quotidiana precarietà, con conseguenze spesso drammatiche".
Il Pontefice, dunque, non nega l'aumento di benessere generato dal sistema economico di stampo capitalista ma ne sottolinea le problematicità di ordine sociale e stigmatizza la sua incapacità di rendere partecipe dei suoi benefici una parte dell'umanità, ancora immersa nella povertà e nel disagio.
Dice il Papa:
"Non si può tollerare che migliaia di persone muoiano ogni giorno di fame, pur essendo disponibili ingenti quantità di cibo, che spesso vengono semplicemente sprecate. Parimenti, non possono lasciare indifferenti i numerosi profughi in cerca di condizioni di vita minimamente degne, che non solo non trovano accoglienza, ma non di rado vanno incontro alla morte in viaggi disumani.
Quali sono le soluzioni che Jorge Mario Bergoglio propone?
Innanzitutto "occorre un rinnovato, profondo ed esteso senso di responsabilità da parte di tutti". In secondo luogo sono necessarie, da parte dei governi dei paesi più ricchi "decisioni, meccanismi e processi volti a una più equa distribuzione delle ricchezze, alla creazione di opportunità di lavoro e a una promozione integrale dei poveri che superi il mero assistenzialismo".
Ecco un passo molto importante. L'assistenzialismo, che non è sinonimo di solidarietà, non è la soluzione ai problemi del mondo perchè non è un atteggiamento costruttivo, un piano efficace per modificare una volta per tutte la situazione.
Il Papa chiude il suo intervento con una richiesta agli imprenditori e ai politici di tutto il mondo: "vi chiedo di fare in modo che la ricchezza sia al servizio dell’umanità e non la governi".

sabato 11 gennaio 2014

La "buona economia"

Cos'è la buona economia? Cosa si intende per capitalismo sano e capitalismo degenerato? Lo leggiamo in un articolo dell'Osservatore Romano di qualche anno fa, quando le opinioni in tema di economia di un Pontefice non erano ancora oggetto di aspra critica da parte dei liberisti di mezzo mondo. Il pezzo giornalistico si riferisce ad un convegno organizzato per commentare un'enciclica di Benedetto XVI, la "Caritas in veritate", nella quale, vogliamo ricordarlo, il pontefice aveva espresso le stesse critiche di Papa Francesco al capitalismo moderno.
Dice l'articolo:
"Pochi ne tengono conto, ma alla radice della crisi attuale c'è un deterioramento del capitalismo sano, quello di matrice cristiana. E l'etica può, in questo momento, essere un valore aggiunto. Non esiste un'etica della finanza ma solo un'etica di chi fa finanza e opera nel mercato".
Nel convegno si individua una delle cause della degenerazione del capitalismo: la speculazione finanziaria e la corruzione.
"Il buon capitalismo si fonda infatti su una serie di principi: l'imprenditore che investe il suo capitale, il rischio assunto e l'iniziativa a lungo termine. Negli ultimi vent'anni, questo sistema è stato invece snaturato perché chi ha creato più ricchezza non l'ha fatto attraverso forme quali l'investimento, la gestione del rischio e il lungo termine, ma attraverso attività di carattere speculativo, a breve termine e molto spesso ricorrendo a mezzi quali la corruzione e la speculazione".
Anche la politica è stata additata come una della cause della grave crisi del nuovo sistema capitalistico/finanziario:
"Con la complicità dei Governi, la finanza ha tradito il suo ruolo originario, quello di essere un supporto dell'economia reale, diventando invece il traino di quest'ultima. Il potere politico invece di regolamentare ha spinto la crescita del prodotto interno lordo a debito. E l'Europa inoltre, di fronte allo strapotere dei giganti asiatici, non ha saputo dotarsi di un vero piano industriale e ora ne paga le conseguenze".
Si conferma dunque la critica al capitalismo che mette la finanza e il profitto speculativo al primo posto e non al capitalismo in senso stretto, come sistema economico. Anche Papa Francesco intendeva criticare questi aspetti dell'economia occidentale e non ci spieghiamo l'ondata di critiche che l'hanno addirittura additato, ad esempio negli Usa, come sostenitore delle teorie marxiste.

Il capitalismo e la Chiesa: visioni opposte o possibili convergenze?

Abbiamo citato nello scorso post un articolo apparso sull'Osservatore Romano del 9 gennaio 2014 dal titolo: "Oltre il capitalismo" scritto da Reinhard Marx, cardinale e arcivescovo di Monaco e Frisinga. L'eminente prelato si inserisce, con il suo intervento sul giornale della Santa Sede, nel dibattito sprigionatisi dalle critiche ricevute da Papa Francesco dopo la pubblicazione della sua ultima esortazione apostolica, l'Evangelii Gaudium. 
Il cardinale tedesco, innanzitutto, sostiene in modo chiaro il diritto, da parte della Chiesa Cattolica e del Papa, di poter esprimere il proprio punto di vista in tema di economia nonostante le critiche e il senso di fastidio che questo può generare in coloro che "vorrebbero limitare la religione alla questione della salvezza dell’anima e considerano la fede e la Chiesa piuttosto vestigia di un tempo che in realtà dovrebbe essere stato superato dall’illuminismo e dal progresso".
In particolare per quanto riguarda il capitalismo, l'arcivescovo di Monaco afferma:
"Al centro del confronto c’è l’accusa che la Chiesa, in fondo, non capisce il capitalismo, che in fin dei conti ha reso migliore il mondo. Essa disprezza i ricchi e in sostanza non dà alcun contributo al miglioramento delle condizioni di vita dei poveri. Per i problemi sociali ha solo una risposta di caritas. È questo ciò che Papa Francesco propone nella sua Esortazione? È davvero questo il filo rosso che parte dal Vangelo e attraversa l’annuncio della Chiesa fino alla dottrina sociale cattolica? Non riesco a capire come si possa mantenere in piedi una simile affermazione".
Dice anche che il dibattito sulla crisi del sistema capitalistico non è certo nata per colpa del Papa, ma perchè:
"a partire dagli anni Novanta, abbiamo sperimentato uno sviluppo sempre più acuto verso un capitalismo finanziario, che ha portato a una crisi catastrofica. Anche gli economisti hanno deplorato il nuovo capitalismo “da casinò”. «Questa economia uccide», dice il Papa. Sì, questo capitalismo distrugge vite umane e lede il bene comune".
Come di può superare il capitalismo contemporaneo preservando nel contempo il sistema democratico occidentale che il capitalismo stesso ha contribuito a far crescere e prosperare? Il cardinale cita la famosa Economia Sociale di Mercato nata in Germania e "caratterizzata dall’ordo-liberalismo, che a sua volta è stato ispirato da impulsi cristiani".
Conclude il cardinale Marx:
"L’appello a pensare oltre il capitalismo non è una lotta contro l’economia di mercato o una rinuncia a qualsiasi ragione economica, ma, proprio dinanzi alla crisi reale del capitalismo, un importante e necessario intervento del Papa, un invito a riordinare le priorità e a vedere il mondo come impegno di costruzione, che deve essere assunto liberamente e con responsabilità. Il futuro non è il capitalismo, bensì una comunità mondiale, che lasci sempre più spazio al modello di una libertà responsabile e che non accetti che popoli, gruppi e singoli vengano esclusi ed emarginati. È davvero una cosa tanto sbagliata e fuori dal mondo?"

mercoledì 8 gennaio 2014

Il Papa e il capitalismo

In un post di qualche giorno fa abbiamo citato una frase di Papa Francesco tratta da un discorso tenuto presso la Casa "Dono di Maria", gestita dalle suore Missonarie della carità, che sfama i poveri ogni giorno e fu inaugurata nel 1988 da Papa Giovanni Paolo II e Madre Teresa di Calcutta. La frase dice:
"Dobbiamo recuperare tutti il senso del dono, della gratuità, della solidarietà. Un capitalismo selvaggio ha insegnato la logica del profitto a ogni costo, del dare per ottenere, dello sfruttamento senza guardare alle persone. E i risultati li vediamo nella crisi che stiamo vivendo".
Qual è il significato del termine "capitalismo"? Ci possono essere diverse modalità attraverso le quali i principi del capitalismo possono essere applicati? Il capitalismo può essere solo "selvaggio" oppure può esistere un "capitalismo etico"?
Alcuni siti hanno cercato di esaminare il rapporto tra gli insegnamenti della Dottrina Sociale della Chiesa e il sistema economico occidentale, soprattutto alla luce delle parole del Papa argentino espresse nella Evangelii Gaudium, etichettate negli Stati Uniti come anti-capitaliste e, da alcuni, addirittura come marxiste. Riportiamo un elenco dei siti web che hanno parlato dell'argomento:

La lettura di questi articoli può servire a chi vuole farsi un'idea sull'argomento.
Quello che noi possiamo dire è che Papa Bergoglio non ha fatto altro che proseguire nel solco già tracciato dai suoi predecessori, che hanno sempre messo al primo posto, nei loro discorsi economici, non il profitto, ma l'etica, il rispetto del bene comune e i diritti fondamentali dell'essere umano.
Papa Francesco non si pronuncia sui benefici economici dalla libertà di impresa, e nemmeno propone alcun modello economico alternativo al capitalismo occidentale. Almeno per ora.
 
 
 
 
 
 


venerdì 3 gennaio 2014

Dall'intervista di Eugenio Scalfari a Papa Bergoglio

Da Repubblica - 1 ottobre 2013
"Personalmente penso che il cosiddetto liberismo selvaggio non faccia che rendere i forti più forti, i deboli più deboli e gli esclusi più esclusi. Ci vuole grande libertà, nessuna discriminazione, non demagogia e molto amore. Ci vogliono regole di comportamento ed anche, se fosse necessario, interventi diretti dello Stato per correggere le disuguaglianze più intollerabili".
Il Papa, come i suoi predecessori, non è contrario al sistema economico basato su regole e principi propri del capitalismo occidentale, ma si schiera contro un liberismo selvaggio, frutto di una degenerazione egoistica del capitalismo, che rende frequenti e intollerabili le disuguaglianze sociali nel mondo. 

Esiste una terza via?

La dottrina dell'economia sociale di mercato, è quell'insieme di proposte, ma più che altro di metodi e di atteggiamenti, che tendono a smussare le influenze interventiste e stataliste della socialdemocrazia tradizionale e a tenere sotto controllo, a ridurre al minimo - almeno nelle intenzioni - i rischi del liberismo puro” (1).

L'Economia sociale di mercato trae origine dall'Ordoliberalismo della Scuola di Friburgo di Walter Eucken, che riconosceva la necessità di un controllo non dirigista dello stato nei confronti del sistema economico. Il modello di sviluppo che si propone riguarda sia la libertà di mercato che la giustizia sociale, armonizzandole tra di loro. Sulla base dei principi dell'Economia Sociale la piena realizzazione dell'individuo non può avere luogo se non vengono garantite la libera iniziativa, la libertà di impresa, la libertà di mercato e la proprietà privata, ma queste condizioni, da sole, non garantiscono la cosiddetta giustizia sociale. L'intervento statale non deve però guidare il mercato o interferire con i suoi esiti naturali: deve semplicemente prestare il suo soccorso laddove il mercato stesso fallisce nella sua funzione sociale e deve fare in modo che diminuiscano il più possibile i casi di fallimento.(2)

I fondamenti di questa visione economica vennero coniati nel corso del dibattito sul modello economico che la nuova democrazia tedesca avrebbe dovuto adottare dopo la fine della Guerra. Le prime elezioni tedesche del Dopoguerra non consentirono l'affermazione delle idee socialdemocratiche, che volevano un sistema fondato sulla pianificazione economica e sull'intervento diretto statale, e diedero la vittoria ai Cristiano Democratici di Konrad Adenauer. Questi, su pressioni ricevute dal governo statunitense, affidò la guida del ministero dell'Economia a Ludwig Erhard e la definizione delle linee di politica economica ad Alfred Müller‐Armack. Fu proprio Armack a definire l'economia sociale di mercato come la situazione in cui i principi del libero mercato sono affiancati da interventi dello stato diretti a regolare le libertà economiche solo nella misura in cui ciò sia indispensabile ad evitare i fallimenti del mercato stesso. (3)

Lo studioso che elaborò per primo una vera e propria teoria dell'economia sociale di mercato fu Wilhelm Röpke, che inizialmente chiamava tale visione economica “la terza via” (proprio perché diversa sia dal capitalismo che dal collettivismo), oppure “economia neo-liberale” (sottolineando, nel contempo, lo stampo liberale della sua impostazione). (4)

L’Economia sociale di mercato non è soltanto un ordinamento economico, ma rappresenta anche un ordine di valori e un ordine sociale in base al quale l’individuo sta al centro. Erhard si espresse così: “voglio affermarmi con le mie proprie forze, voglio sostenere da solo il rischio della vita, voglio essere responsabile in proprio del mio destino. Tu, stato, fa in modo che io ne sia capace.” Ciò significa che lo stato svolge il proprio compito istituzionale se consente a ciascuno la partecipazione alla società e un minimo di autonomia materiale e se riceve un aiuto colui che non è in grado di badare a se stesso. (5)

Benedetto XVI nella ”Caritas in Veritate” dice:
"Il mercato è soggetto ai principi della cosiddetta giustizia commutativa, che regola appunto i rapporti del dare e del ricevere tra soggetti paritetici. Ma la dottrina sociale della Chiesa non ha mai smesso di porre in evidenza l'importanza della giustizia distributiva e della giustizia sociale per la stessa economia di mercato, non solo perché inserita nelle maglie di un contesto sociale e politico più vasto, ma anche per la trama delle relazioni in cui si realizza. Infatti il mercato, lasciato al solo principio dell'equivalenza di valore dei beni scambiati, non riesce a produrre quella coesione sociale di cui pure ha bisogno per ben funzionare. Senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica. Ed oggi è questa fiducia che è venuta a mancare, e la perdita della fiducia è una perdita grave".
  1. (http://danielebellasio.blog.ilsole24ore.com/danton/2012/12/ecco-perch%C3%A9-lagenda-monti-piace-soprattutto-al-centro.html
  2. http://it.wikipedia.org/wiki/Economia_sociale_di_mercato
  3. Alessandro Somma. L'economia sociale di mercato. Il fascino della terza via: torna di moda un passato mai passato. 
  4. Economia sociale di mercato: problemi e prospettive - Facoltà di Scienze politiche, Corso di economia politica superiore - lezione del 10 marzo 2009
  5. Wilhelm Staudacher - L´economia sociale di mercato: un modello per il futuro?

giovedì 2 gennaio 2014

Capire le parole del Papa: cos'è la "ricaduta favorevole"?

Citiamo ancora le parole di Papa Francesco scritte nell'Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium:
"In questo contesto, alcuni ancora difendono le teorie della “ricaduta favorevole”, che presuppongono che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. Questa opinione, che non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante.
Cosa intende, il Papa, con il termine "ricaduta favorevole"? La traduzione inglese parla di trickle-down theories:
In this context, some people continue to defend trickle-down theories which assume that economic growth, encouraged by a free market, will inevitably succeed in bringing about greater justice and inclusiveness in the world. This opinion, which has never been confirmed by the facts, expresses a crude and naïve trust in the goodness of those wielding economic power and in the sacralized workings of the prevailing economic system.
mentre la versione spagnola traduce il termine come "teorías del derrame":
En este contexto, algunos todavía defienden las teorías del «derrame», que suponen que todo crecimiento económico, favorecido por la libertad de mercado, logra provocar por sí mismo mayor equidad e inclusión social en el mundo. Esta opinión, que jamás ha sido confirmada por los hechos, expresa una confianza burda e ingenua en la bondad de quienes detentan el poder económico y en los mecanismos sacralizados del sistema económico imperante.
Sul Corriere della Sera, Michael Novak, un filosofo cattolico americano, afferma che l'allusione alle teorie della “ricaduta favorevole” ha generato tante reazioni contrarie in America anche a causa della traduzione ufficiale inglese fatta dal Vaticano, che ha sostanzialmente travisato il significato del testo originale spagnolo redatto dal pontefice. Scrive Novak:
"La traduzione inglese di “derrame” con “trickle-down” introduce un significato nettamente diverso e conferisce un tono duro e iroso all'intero passaggio. Occorre precisare che solo coloro che osteggiavano il capitalismo, le riforme di Reagan e la politica dei repubblicani a seguito del tracollo economico degli anni di Carter, ricorrevano all'espressione dispregiativa “trickle-down” proprio per mettere in ridicolo ciò che accadde durante gli anni di Reagan, e cioè una forte mobilità sociale verso l’alto.
Tutti coloro che esaltano i successi del capitalismo per risollevare i poveri dalla miseria non fanno uso di questa parola, poiché definiscono il classico movimento delle economie capitalistiche proprio in termini di mobilità verso l’alto per i poveri (...)
Sul sito dell'Università Nazionale di Mar del Plata troviamo questa definizione di "teoria del derrame":
"Teoría del derrame. (en inglés: Trickle-down effect) Concepto asumido por las teorías del crecimiento optimista de las décadas del ‘50 y ‘60, según la cual los frutos del crecimientos penetran en las capas más carenciadas a través de las fuerzas del mercado, en virtud de una mayor demanda de mano de obra y aumentos en la productividad y los salarios. (...)
“La estrategia económica de la década del 90 estuvo enmarcada en la ‘teoría del derrame’, es decir, en la idea de que el crecimiento automáticamente fluiría desde la cima de la pirámide social hacia abajo, sin necesidad de una intervención estatal a favor de una mejor distribución del ingreso. Con una importante dosis de tragedia, la historia demostró que el crecimiento económico, aún obtenido, no se transforma automáticamente en desarrollo social”
 Su Wikipedia, troviamo quest'altra definizione:
"La teoria del Trickle-down o semplicemente Trickle-down , o anche nell'espressione effetto trickle-down (in italiano letteralmente "effetto sgocciolamento dall'alto verso il basso"), indica negli Stati Uniti un'idea di sviluppo economico che si basa sull'assunto secondo il quale i benefici economici (in termini di alleggerimento dell'imposizione fiscale) elargiti a vantaggio dei ceti abbienti favoriscono necessariamente e ipso facto l'intera società, comprese le fasce di popolazione marginali e disagiate".
Come accennava Novak, le teorie del "trickle down" sono state utilizzate negli Stati Uniti negli anni '80 nell'ambito delle scelte di politica economica note con il termine Reaganomics. Grazie al taglio della pressione fiscale, la produzione industriale e l'occupazione aumentarono ma furono anche la causa principale dell'aumento del debito pubblico, dovuto alle politiche di spesa adottate dal Congresso Americano.
Sicuramente in Argentina, terra da cui proviene l'attuale Pontefice la "teoria del derrame" è stata spesso considerata in termini negativi. Wikipedia, parlando di Neoliberalismo, afferma, nella versione spagnola, che questo termine in Sud America viene spesso utilizzato in modo negativo.
En Latinoamérica el término (Neoliberalismo) suele usarse por sus detractores para hacer referencia al conjunto de políticas recomendadas en la década de 1990 por el Consenso de Washington, a las que consideran responsables de los problemas sociales de años posteriores a su aplicación, poniendo como ejemplo la crisis argentina del 2001.
En la última década del siglo XX y la primera del siglo XXI, el término ha sido crecientemente usado con carácter peyorativo. El escritor Mario Elgue, por ejemplo, afirma:
"Ya no quedan dudas de que el modelo neoliberal es incapaz de dar respuesta a los principales problemas que siguen aquejando a la sociedad: altos índices de desempleo, trabajo en negro, pobreza y exclusión social. Su debacle fue el resultado de la aplicación de las políticas del "derrame", según las cuales bastaba con el crecimiento de los grandes grupos concentrados ya que estos últimos difundirían los beneficios hacia el resto de la sociedad productiva y laboral. Pues bien, ahora está claro que este "goteo" no llegó; que no hubo un correlato distributivo y de cohesión de la base social".

Dal discorso di Papa Francesco a Rio de Janeiro

Giovedì, 25 luglio 2013 - Rio de Janeiro

"E il popolo brasiliano, in particolare le persone più semplici, può offrire al mondo una preziosa lezione di solidarietà, una parola - questa parola solidarietà - spesso dimenticata o taciuta, perché scomoda. Quasi sembra una brutta parola ... solidarietà. Vorrei fare appello a chi possiede più risorse, alle autorità pubbliche e a tutti gli uomini di buona volontà impegnati per la giustizia sociale: non stancatevi di lavorare per un mondo più giusto e più solidale!

Nessuno può rimanere insensibile alle disuguaglianze che ancora ci sono nel mondo! Ognuno, secondo le proprie possibilità e responsabilità, sappia offrire il suo contributo per mettere fine a tante ingiustizie sociali. Non è, non è la cultura dell’egoismo, dell’individualismo, che spesso regola la nostra società, quella che costruisce e porta ad un mondo più abitabile; non è questa, ma la cultura della solidarietà; la cultura della solidarietà è vedere nell’altro non un concorrente o un numero, ma un fratello. E tutti noi siamo fratelli!”

mercoledì 1 gennaio 2014

Una notizia che ci fa pensare

L'Osservatore Romano riporta, nell'edizione del 30 dicembre, un interessante articolo sulla situazione economica di uno dei più grandi paesi del Sud America intitolato: "L'Argentina e lo sviluppo mancato". 
Il giornale riporta uno studio dell'Odsa (Osservatorio del debito sociale) della Pontificia Università Cattolica Argentina, nel quale si afferma:
"La crescita economica, l’aumento del consumo interno, l’incremento della domanda di lavoro, la ripresa dei salari dei lavoratori, l’estensione dei programmi sociali e, in questo contesto, la riduzione dell’indigenza e della mancanza di guadagno non sono riusciti a diventare fattori capaci di creare una via di scampo dal sottosviluppo".
Secondo i dati pubblicati nello studio, il lavoro precario in Argentina è passato dal 32,1% del 2007 al 35,5% nel 2011. Secondo gli ultimi dati disponibili relativi al 2012, due famiglie su dieci hanno bisogno di assistenza pubblica per sopravvivere. Fra il 2004 e il 2012, sebbene tutti gli indicatori economici siano migliorati, il 37% dei giovani argentini non riesce a terminare la scuola secondaria, il 20% non studia né lavora e il 12% dei bambini e ragazzi di età compresa fra i cinque e diciassette anni deve lavorare per dare sostegno ai bisogni della propria famiglia.

Ebbene, per fare un confronto, secondo l'Istat in Italia oltre il 27% dei giovani tra i 15 e i 34 anni non studia, non lavora e non è in formazione. Gli under 35 in questa condizione nel terzo trimestre del 2013 sono 3,75 milioni. Al Sud la percentuale è del 36,2%, oltre 2 milioni di persone.

Dal messaggio del Papa per la Giornata Mondiale della Pace

La riscoperta della fraternità nell'economia
"Le gravi crisi finanziarie ed economiche contemporanee - che trovano la loro origine nel progressivo allontanamento dell’uomo da Dio e dal prossimo, nella ricerca avida di beni materiali, da un lato, e nel depauperamento delle relazioni interpersonali e comunitarie dall’altro - hanno spinto molti a ricercare la soddisfazione, la felicità e la sicurezza nel consumo e nel guadagno oltre ogni logica di una sana economia. Già nel 1979 Giovanni Paolo II avvertiva l’esistenza di «un reale e percettibile pericolo che, mentre progredisce enormemente il dominio da parte dell’uomo sul mondo delle cose, di questo suo dominio egli perda i fili essenziali, e in vari modi la sua umanità sia sottomessa a quel mondo, ed egli stesso divenga oggetto di multiforme, anche se spesso non direttamente percettibile, manipolazione, mediante tutta l’organizzazione della vita comunitaria, mediante il sistema di produzione, mediante la pressione dei mezzi di comunicazione sociale».
Il succedersi delle crisi economiche deve portare agli opportuni ripensamenti dei modelli di sviluppo economico e a un cambiamento negli stili di vita. La crisi odierna, pur con il suo grave retaggio per la vita delle persone, può essere anche un’occasione propizia per recuperare le virtù della prudenza, della temperanza, della giustizia e della fortezza. Esse ci possono aiutare a superare i momenti difficili e a riscoprire i vincoli fraterni che ci legano gli uni agli altri, nella fiducia profonda che l’uomo ha bisogno ed è capace di qualcosa in più rispetto alla massimizzazione del proprio interesse individuale. Soprattutto tali virtù sono necessarie per costruire e mantenere una società a misura della dignità umana".
Papa Francesco - XLVII Giornata Mondiale della Pace (1 gennaio 2014) 

Dal discorso di Papa Francesco del 21 maggio 2013

Martedì 21 maggio 2013 - Papa Francesco: Discorso alla "Casa dono di Maria"

Un capitalismo selvaggio ha insegnato la logica del profitto ad ogni costo, del dare per ottenere, dello sfruttamento senza guardare alle persone… e i risultati li vediamo nella crisi che stiamo vivendo!